26
mar
2015
12

Trent’anni.

Non so se siano stupendi davvero i trent’anni, ‘perché è finita l’angoscia dell’attesa e non è incominciata la malinconia del declino. Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti. Se siamo atei, siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna.

E’ presto per dirlo, ho trent’anni da meno di un giorno. Ma credo che il senso dell’articolo della Fallaci sia che a trent’anni, nel bene e nel male, si è quello che si è. Con i dovuti cambiamenti e capovolgimenti che porterà la vita. A trent’anni sappiamo cosa siamo in grado di fare, se siamo dei veri amici o non lo siamo, quanto in fondo possiamo amare, quanto siamo disposti a sacrificare, cosa ci fa ridere, cosa non ci piace.

Fino adesso ho vissuto forse un millesimo di quello che la vita mi riserva, ma l’ho vissuto così  intensamente che se metto insieme i pezzi si spacca il cuore tanto è forte la botta, forse per questo non lo faccio mai. Ma oggi ho deciso di provarci, che a metterne insieme anche solo alcuni mi accorgo di che meraviglia è la vita, con i suoi cerchi magici e aggrovigliati che mi hanno portato fino a qui.

Ho amato senza risparmiarmi e ho ricevuto in cambio altrettanto amore e anche di più, ho tradito e sono stata tradita, ho perdonato più volte e più in fretta di quanto sia stata perdonata, ho perso più telefoni, treni e aerei di quanti me ne potessi permettere. Mi è capitato spesso di provare una gioia sincera e profonda di fronte ai successi degli altri, e di questo vado molto fiera.

Ho ballato in mezzo ai campi e in fabbriche abbandonate, in riva al mare, sul tetto di una jeep nel deserto, in un castello francese, in una chiesa sconsacrata, in una favela in brasile, nel salone del Christ’s college vestita da principessa. Ho conosciuto vagabondi, tossicodipendenti, grandi luminari, manager di successo, politici e ambasciatori, e ho scoperto che siamo tutti più simili di quanto vogliamo credere. Forse è questo che ci spaventa più di ogni altra cosa, l’idea di non essere, in fondo, poi così unici e speciali.

Ho visto il mio nucleo familiare spaccarsi e ricostituirsi in forme diverse e quasi sempre meravigliose; ho cambiato idea milioni di volte e non ho mai preteso, dagli altri, coerenza. Ho sbagliato tanto, e non ho quasi mai imparato dai miei errori, ma ho imparato a sopportare il dolore del fallimento. Ho scoperto troppo presto l’impotenza di fronte alla perdita di chi ami, ma ho imparato che nella vita tutto passa, davvero tutto.

Ho scoperto che a vedere sempre il bello nelle persone non si perde nulla, che la delusione non varrà mai quanto la possibilità che questa, per non deluderti, finisca per tirarlo fuori, il bello. Ho dato e ricevuto una seconda occasione, anche una terza e una quarta. Ho passato più di una notte sveglia per finire un libro, ho fatto il bagno in un lago rosa in Etiopia.

Ho allagato casa in Argentina, due volte. Ho scritto lettere d’amore e d’amicizia, ho visto il Masai Mara, tre volte, ho suonato ‘Cos’è l’amor’ di Capossela in un teatro durante uno spettacolo di Pirandello, mi sono fatta 36 ore di pullman in Cile con una gabbia di polli e una capra sul sedile di fianco. Ho pianto davanti a centinaia di film che non facevano piangere e ho guardato le stelle sdraiata sul tetto di una macchina in Tunisia.

Sono stata profondamente egoista e profondamente altruista, le mie più grandi paure si sono avverate quasi tutte, e sono sopravvissuta. Ho conosciuto Cornell West e anche un tipo che ha fatto il giro del mondo due volte, ho perso un mazzo di chiavi a Buenos Aires e l’ho recuperato in Uruguay, ho attraversato con un gommone le cascate di Iguaçu’. Ho visto Rio de Janeiro dalla cima del Corcovado e ho pianto.

Ho conosciuto un vero cow boy, vestito da cow boy, in Texas che mi ha offerto una birra, ho visto l’albero da cui è caduta la mela di Newton, ho fatto colazione al tavolo in cui nel 1953 Crick e Watson annunciarono di aver scoperto ‘il segreto della vita’, ho visto un soffitto roccioso su cui crescono alberi che sembra il mondo alla rovescia.

Ho fatto l’Inter rail quando ancora esisteva l’Inter rail, ho vissuto tre mesi in un ghetto ad Austin, ho letto le lettere originali scritte da Eisenhower, Kennedy e Johnson quando erano presidenti, ho discusso di politica e del senso della vita, fino a notte fonda con persone di tutte le razze e religioni. Mi è capitato di cambiare idea. Non ho avuto mai mezze misure, mai.

Ricordo ancora il giorno, a 14 anni, in cui ho capito con certezza di essere un puntino minuscolo in un universo enorme e variegato. Il resto del tempo lo passo a cercare di non dimenticarlo.

Ho detto molti più si che no, di alcuni mi sono pentita, ma magari mi sarei pentita anche dei no. Ho vissuto in tre continenti diversi per un tempo sufficiente da stamparmene un pezzo nell’anima, mi sono persa e ritrovata centinaia di volte, ho attraversato la strada spinta dalla folla a New York, ho ballato il tango tutta la notte San Telmo, sono stata seduta in prima fila, di fronte alla finestra larga, al secondo piano di un bus londinese per ore, ho studiato nello stesso college di Charles Darwin, ho visto il cielo delle Hawaii, ho riso fino a non riuscire quasi più a respirare.

Ho cantato tutta la notte con degli sconosciuti in una vecchia Peña argentina in mezzo alle montagne, sono andata a cavallo sulle Ande, ho pianto davanti a quello che resta del muro di Berlino, e davanti al muro in Palestina, e piangerò di fronte qualsiasi muro, costruito da chiunque in qualsiasi parte del mondo.

 

 

 

 

 

2 Responses

  1. Margot

    Solo chi si accorge di essere un puntino, potrà diventare davvero grande, un grande uomo, o una grande donna! Brava…

  2. Alice

    Intanto auguri!

    E poi complimenti davvero per quest’articolo, mi ha emozionata. Fammi sapere se mai capiti a Londra!

    Alice

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