8
mar
2017
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Io le amo le donne

L’altra volta, a margine di una conferenza, chiacchieravo con un gruppetto e raccontavo di come, con altre donne, ci fossimo date una grossa mano a vicenda nel portare avanti un progetto, e uno dei ragazzi nel gruppo ha detto “Si, si, una grossa mano, immagino”. Allora ho detto “Si, perché?” e lui si è limitato ad un sorrisetto di condiscendenza, mentre l’altro, dotato di più spiccate doti analitiche, si è preso la briga di articolare: “Perché è risaputo che voi donne, soprattutto sul lavoro, non vi date una mano. Semmai vi mettete i bastoni tra le ruote” “Ah si?” ho chiesto di nuovo io “e perché?”. Al che, senza alcuna esitazione, come se si trattasse di una domanda retorica, tutti e quattro gli astanti hanno risposto: “Be, invidia!” ammiccando come se, di fronte a cotanta rivelazione, io non avrei potuto far altro che essere d’accordo con loro.

Al che, mentre mi limitavo a rispondere, con sincerità, che non è cosi, che non è per forza così, anzi, spesso il contrario; mi sono fermata a pensare a quante volte al mio dire che a me le donne piacciono, che mi interessano, spesso più degli uomini, che mi trovo bene con le donne, che le amo, le donne io; ho visto quel sorrisino di condiscendenza, quello scuotere la testa come a dire “si, si, certo”. Così come quelle poche volte che ho detto di qualche donna che non mi era simpatica, o che non la stimavo intellettualmente, mi sono sentita rispondere, con un alzata di spalle: “eeeh….l’invidia.”

Come se la sola relazione possibile tra donne etero debba essere la competizione; e il principale, se non il solo, sentimento reciproco una forma di invidia atavica, implacabile, motore di ogni femminile azione e nemica di qualsiasi collaborazione. Ora, senza negare che l’invidia esista, nella vita come sul posto di lavoro, semplicemente perché fa parte della gamma dei sentimenti umani, quello che non riesco a comprendere è perché debba essere, in tutte le sue forme, una prerogativa femminile. Una prerogativa femminile, peraltro, che viene utilizzata come categoria utile a spiegare qualsiasi fenomeno che riguardi le donne: se due donne discutono, perché sono in disaccordo, è l’invidia, se hanno idee diverse su come una cosa debba essere fatta, si tratta di invidia; se due donne si piacciono o vanno d’accordo o collaborano a qualcosa, in realtà fingono, per nascondere l’invidia. Un po’ come lo stress, o il cambio di stagione per l’umanità intera, l’invidia è il contenitore che offre una casella a qualsiasi manifestazione dell’agire femminile.

E la cosa che più mi colpisce è che, in molti casi, sono le donne stessa a rafforzare questa retorica, portando esempi di come le donne, una volta raggiunto il vertice, poi tendano a mettere i bastoni tra le ruote alle altre donne; senza pensare a quelle migliaia di occasioni in cui sul posto di lavoro, nelle associazioni, nello sport, le donne si aiutano e si sostengono. Che sono molte di più, se consideriamo la percentuale esigua di donne che raggiungono il successo. E qui si inserisce l’argomento, che sento spesso ripetere, che è talmente difficile raggiungerlo, questo successo, che quando una donna lo raggiunge tende ad “incattivirsi” (testuali parole) e a fare muro invece di aiutare le altre donne. Ma anche questa a me sembra retorica. Mi sembra un racconto costruito su casi singoli che non fanno statistica, e poi utilizzato per offuscare la realtà di ogni giorno che vede le donne sostenersi e collaborare in centinaia di diversi settori. Le vedo io: tra i miei studenti, tra le colleghe all’università, in redazione, nelle associazioni che frequento, da Rena ad Aspen, alle Geek, alla danza. Le vedo fare quadrato, collaborare, ridere insieme ed arricchirsi. Le vedo anche competere tra loro, perché no. Esattamente come fanno gli uomini. Esiste però una forma di sentire comune per cui quella tra gli uomini è sana competizione, quella tra le donne è invidia.

Se c’è un augurio che faccio, per questa festa delle donne, è che la prossima volta che dirò che una donna mi piace, o che abbiamo collaborato, l’interlocutore mi guardi come se avessi detto esattamente quello che ho detto: e cioè che questa donna mi piace, e a abbiamo collaborato. Così come quando dirò che una donna mi è antipatica, o la trovo cretina, mi guardi come se avessi detto esattamente quello che ho detto: e cioè che mi è antipatica, o la trovo cretina. Come se lo dicessi di un uomo, come se un uomo lo dicesse di un altro uomo. Vorrei, cioè, che l’invidia tornasse ad essere quello che è: un sentimento universale, e non una prerogativa femminile utilizzata come categoria ontologica per spiegare qualsiasi cosa che riguardi l’universo donne.

E non si tratta soltanto di questo. Ma di qualcosa di più profondo. La comunicazione è importante, è ciò che ci rende umani. Non è soltanto lo specchio ma è la materia di cui è fatta la società, e la direzione verso cui intendiamo portarla. E allora, a chi ci guarda ammiccando come a dire che anche se non lo ammettiamo siamo d’accordo con loro, noi glielo dobbiamo dire, che non siamo d’accordo. Glielo dobbiamo dire ogni volta. Non dobbiamo lasciar correre. Glielo dobbiamo dire fino a che non sarà più scontato, che debba essere così. Fino a che non sarà più lecito ammiccare e dirlo, fino a che non rimarrà che un’interpretazione tra le tante possibili, e neppure la più veromisile.

 

 

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