3
ott
2013
6

Guardare il nemico e vedere un uomo.

Un viaggio in Israele e Palestina, non è mai soltanto un viaggio.

Scorrendo le foto di quest’estate, mi è tornato in mente che non si può mettere piede in quella terra spaccata, torturata, divorata dalle ragioni dell’uno e dell’altro, eppure photo-2meravigliosa, senza che qualcosa dentro di noi si spezzi.

Così ho riletto “Con gli occhi del nemico” di David Grossman, per l’ennesima volta, e mi è venuta voglia di condividere un articolo che scrissi tempo fa.

La natura dei grandi scrittori, artisti, o forse dovrei dire dei “grandi uomini”  è di riuscire a vedere dove gli altri non arrivano, per trasportarci in quella dimensione interna che la realtà quotidiana spesso ci fa dimenticare.

E questo accade con gli eventi più insignificanti e  con i grandi eventi, una guerra ad esempio. Che spesso ci arrivano attraverso i giornali e la televisione, congelati in grandi stereotipi, impoveriti dalla necessità di trovare un “buono” e un “cattivo”, una vittima e un aggressore. Qualcosa che induca l’opinione pubblica a schierarsi da una parte o dall’altra, riproducendo in scala minore il conflitto anche all’esterno, quando ciò che davvero servirebbe è la lucidità di uno sguardo onnicomprensivo, in grado di cogliere le necessarie sfumature.photo-8

Parlo del conflitto israelo-palestinese, così come di mille altre guerre, che siamo tanto abituati a leggere e sentire, da non riuscire nemmeno più a comprendere che dietro una guerra esistono centinaia di diverse ragioni, e ognuna di queste appartiene a una persona diversa, alla sua famiglia. O peggio non gli appartiene più, ma non sa come liberarsene, perché è penetrata a tal punto nel tessuto sociale da non permettergli neppure di pensare che possa esistere un’alternativa.

E il non poter pensare che esista alternativa alla guerra significa non essere in grado di pensare alla pace, di immaginarne i contorni, di coltivare i propri sogni facendo progetti a lungo termine.

Perché la diretta conseguenza di una situazione di conflitto permanente è l’appiattimento di prospettiva futura, la costante paura che non ci sarà un domani dove i propri sogni possano trovare posto e adagiarsi. I sogni restano fluttuanti e si confondono con l’incertezza e la stanchezza, che lentamente si sostituiscono a questi imbrigliandoli in un groviglio di non-emozioni, che è meglio non sentire  e non vedere  di fronte a tanto dolore.photo-1

Questo emerge dal libro di Grossman “Con gli occhi del nemico”, così  come da ogni suo romanzo, dove anche quando non parla della guerra è possibile percepirla: Immancabile, tragico scenario di ogni sua storia.

Nell’atro suo libro, “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, Adam è un ragazzo affetto da un disturbo ossessivo, compulsivo. Si tocca le ginocchia, i gomiti in continuazione, lo fa per avere l’illusione di esercitare un controllo sul suo corpo ma la realtà è che ne è totalmente controllato. Trascinato via dalla burocrazia dei suoi gesti. L’unico che riesce a salvarlo è Ofer, suo fratello minore che un giorno gli chiede: “Posso prenderlo io questo gesto, questo tic, così tu ne avrai uno in meno da controllare?”.

Gradualmente si prende addosso le ossessioni di Adam e lo libera. photo-6

Quello che l’autore vuole dire è non si può  guarire qualcuno senza prendere addosso un po’ del suo male, così come non si può comprendere e spezzare la catena di questo conflitto senza lasciarsi contagiare almeno un po’. Senza permetterci di soffrire, non per gli israeliani o per i palestinesi, ma per le persone dietro di loro. Cambiare prospettiva, spostare il punto di vista dall’esterno verso l’interno per cogliere la tragedia personale che ognuna di queste vittime sta vivendo.

Stalin, che certamente sapeva di cosa parlava, una volta disse che “una morte è una tragedia, un milione di morti è statistica”. Questa è la ragione per cui ognuno di noi piange leggendo il Diario di Anna Frank ma non versa una lacrima di fronte alle immagini di morte e sofferenza viste ogni giorno al telegiornale. Oggi più che mai abbiamo bisogno di romanzi che riescano, anche solo per un momento, a fermare il flusso continuo di immagini a cui siamo esposti per concentrarci su una storia, su quella singola persona e sulla sua tragedia.

E questo è ciò che Grossman riesce a fare con i suoi personaggi: ridare dignità ad ogni singola vita che questa guerra ha spezzato, dare un volto a ciò che il tempo e l’endemicità di questo conflitto ha reso “numeri.”

photo-5photo-7Mostrarci che dietro l’armatura, c’è un uomo.

 

 

 

 

 

 

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