2
nov
2013
7

Diversità e Cliché

Ieri, durante la proiezione a Cambridge de “La Ragazza con la Pistola” di Monicelli, è stato emozionante vedere Italiani e Inglesi ridere insieme di fronte alla passionalità violenta di Monica Vitti  che si scontrava con la pacata razionalità Inglese.

E pensavo al meraviglioso potere dei cliché.

Da molti liquidati come qualcosa di grossolano, triviale; io trovo invece che ci sia un che di magico ed eccezionalmente potente nella capacità degli stereotipi di fotografare un’espressione, un modo di essere, un’ epoca; per poi rendercela indietro esasperata, estremizzata, tragicomicamente molesta.

Sono generosi gli stereotipi, nella possibilità che ci offrono di guardarci da fuori, individualmente e come popolo, per poi ridere dei nostri eccessi, arrabbiarci per le nostre debolezze e amareggiarci anche, perché no. Purché ci si osservi. Come primo passo per smussare gli angoli, colmare le debolezze, riconoscere i limiti e, soprattutto, essere un po’ più indulgenti verso quelli degli altri.

Perché in questo e in nient’altro sta l’incontro, tra persone, così come tra culture.

Quella ragazza con la pistola, piombata nell’Inghilterra degli anni sessanta -moderna e in continua evoluzione- da un paesino siciliano dimenticato da dio con la sua treccia lunga e il vestito nero a vendicare il suo onore perduto. Così lontana da noi, eppure così inspiegabilmente vicina. Il suo chiedere all’uomo inglese “Ma come? Non sei geloso? Non ti arrabbi, non gridi? Non cerchi di possedermi? Mi lasci libera, mi rispetti?”, mentre lui ‘sorride’ di lei eppure le invidia quel fuoco, l’irruenza, la forza che ha nel riconoscere le sue emozioni, ed esprimerle.

L’incontro tra due mondi oggi profondamente cambiati eppure ancora così uguali a se stessi. In comunicazione tra loro eppure irrimediabilmente distanti, per la nostra incapacità ‘Italiana’ a mettere distanza e rispettare spazi e tempi, e la loro difficoltà ‘inglese’ ad avvicinarsi davvero e condividere.

Quante volte mi sono sentita ferita, esasperata, per qualcosa che non capivo e percepivo come freddezza, indifferenza;  e poi ho scoperto essere nient’altro che riserbo, rispetto o semplice prudenza. Quanti nuovi codici ho dovuto imparare a decifrare, quante diverse percezioni di me stessa sono stata costretta a smontare e ricostruire.

E se c’è una cosa che ho imparato alla fine, in mezzo a tanti spostamenti, è che non c’è nulla di più prezioso –quanto inevitabile-  della diversità: culturale, di esperienze, religione, orientamento sessuale; non ha importanza. La diversità è in ogni cosa, e il solo modo di sfuggirle è restare fermi, immobili, in apnea, con gli occhi chiusi.

Altrimenti, per quanti sforzi faremo per evitarla, la diversità verrà a sbatterci contro lo stesso. E prenderà nomi e forme diverse: immigrazione, emigrazione, globalizzazione, integrazione, multiculturalismo, eterogeneità, complessità. Migliaia di declinazioni differenti per una sola, imprescindibile realtà: la diversità è condizione dell’esistenza.

E allora tanto vale amarla, smettere di resisterle. Seguire il vento, farsi portare, essere indulgenti verso di lei, volerle bene. Perché ciascuno di noi si troverà, presto o tardi, ad essere ‘diverso’. Ed avrà bisogno disperato della comprensione di qualcuno che sia disposto ad accoglierlo nel suo mondo ed amarlo, anche e soprattutto per la sua  diversità: Perché in fondo, è uguale alla sua.

Siamo tutti uguali nella diversità, e questa è la sola cosa vera.

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2 Responses

  1. Claudio

    ti avevo promesso un commento, e strano a credersi finalmente ho abbastanza tempo per scriverlo.
    Come al solito, riesci ad essere esaustiva e sintetica in quello che scrivi, il che rende difficile aggiungere qualcosa di interessante :)
    Per quanto riguarda gi stereotipi, nonostante gli sforzi tutti piú o meno ci rientriamo. E sono anche utilissimi quando ci si scontra con persone appartenenti a culture diverse: abbiamo giá una vaga idea su chi ci troviamo di fronte e come comportarci (i.e. se é inglese non andrei ad abbracciarlo con trasporto, se é greco magari ci mi farei meno problemi). L’importante é non limitarsi a quello, ma usarlo solo come un primo step per poi passare a conoscere e apprezzare il singolo (e farci apprezzare nonostante i tanti stereotipi negativi sugli italiani)

  2. Emilio

    Cara Sara, ho vissuto all’estero per oltre venti anni (un anno in Brasile poi Belgio e Germania…). Quando il discorso cadeva sugli italiani dicevo che, secondo me, non c’erano caratteristiche tipiche tali da far individuare l’italiano. Io sono toscano e a volte trovavo maggiore affinita’ con un danese che con un siciliano o un lombardo. Le le differenze tra regioni del sud, del nord e del centro sono ancora molto grandi e spesso si riflettono sul modo di pensare, e sul comportamento degli individui.
    Tanti auguri e complimenti per il tuo sito.

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