25
set
2013
6

Cervelli in fuga, ma il cuore spesso resta.

“Ma che fai, ci stai anche a pensare? Scappa via dall’Italia, questa è una barca che affonda. Il futuro è fuori, all’estero!”. Frasi come questa sembrano essere divenute un mantra tra quelli della generazione dei miei. Ricorrono ogni qualvolta si trovano a parlare di futuro con il giovane neolaureato di turno che si affaccia al mondo del lavoro. E dalla lettera aperta di Pier Luigi Celli al figlio su Repubblica, a quella del ricercatore che all’estero ha trovato il paradiso, l’invito ad andare via senza pensarci due volte è sempre dietro l’angolo.

Come biasimarli, del resto. La situazione in Italia è tutt’altro che semplice, con la disoccupazione giovanile quasi al 40%, gli accessi all’insegnamento e alla politica sbarrati, i tagli alla scuola e alla cultura, corruzione, nepotismo, scarso dinamismo delle imprese e via dicendo. In America, Inghilterra e Germania, solo per citare alcune delle mete preferite dai cosiddetti “cervelli in fuga”, il mercato del lavoro è più dinamico e flessibile, le opportunità di fare carriera e di ottenere fondi per la ricerca infinitamente maggiori, gli stage retribuiti e gli stipendi più alti. Che aspettiamo allora? Andare, e in fretta anche, appare di gran lunga il consiglio migliore.

Ciò che mi preoccupa, è la leggerezza con cui spesso si affronta la questione. La pervasività della crisi italiana -economica, istituzionale e culturale- unita alla tendenza tipicamente italiana ad auto-commiserarsi senza reagire, ha generato una rappresentazione idealizzata dell’estero percepito come un eden dove tutto funziona meglio (vero) e dove la vita è infinitamente migliore (non necessariamente vero). Sempre di più andare all’estero viene presentata non come un’alternativa, ma come la sola scelta possibile. Come se per la nostra generazione non esista alcuna possibilità  di essere felici in Italia.

La deriva esterofila che caratterizza il dibattito mediatico ed  “intellettuale” offre una prospettiva a dir poco univoca sulla questione.  Alla voce di quelli che ci spingono ad andare, -nella maggior parte dei casi professionisti realizzati che qui in Italia hanno una famiglia, una casa, un lavoro che li porta a viaggiare spesso, e dall’alto della loro “prospettiva internazionale” ti dicono “vai! ma che ci stai anche a pensare?”- si alterna quella di coloro il cui talento non veniva riconosciuto qui, e all’estero hanno trovato lavoro, uno stipendio più alto e a tornare indietro non ci pensano proprio;  infine ci sono i sessantottini delusi vittime della sindrome dell’abbiamosbagliatotutto scappaalmenotuchepuoi.

Tutte posizioni condivisibili. Manca però completamente l’altra faccia della medaglia: le testimonianze di giovani italiani  che sono rimasti, hanno un lavoro che gli piace, magari meno retribuito rispetto a quello che avrebbero trovato all’estero, non vivono a casa con mamma e papà ma hanno trovato un posticino in affitto, e sono felici (ne conosco tanti).  O di quelli che invece se ne sono andati, hanno trovato un bel lavoro, guadagnano molto più e sono tutt’altro che felici  (anche di questi ne conosco tanti). Con questa riflessione non intendo negare l’assurdità o iniquità della situazione Italiana, semplicemente offrire qualche elemento di valutazione in più.

Uno tra tutti: Noi non siamo americani, inglesi o tedeschi. Siamo Italiani. Il che va benissimo, ci mancherebbe. Ma è necessario che tale considerazione venga inserita nel dibattito pro-esteromachecistaipureapensaresbrigati.  E con questo non intendo dire che ci si debba portare la mano al petto ogni volta che suona l’inno, o tatuarsi il tricolore sul braccio né tantomeno che ciò debba costituire un freno rispetto alla decisione di trasferirsi all’estero; al contrario. Mi limito semplicemente a costatare un dato di fatto,  una realtà che se non presa in considerazione al momento in cui si fa la scelta, rischia di pesare eccessivamente dopo.

Andare fuori, non soltanto a studiare per un breve periodo e poi tornare, ma a cercare lavoro nell’ottica di rifarsi una vita, è difficile. E’ dura.

Ci si adatta al cibo, ai ritmi diversi, alle continue partenze, che molte delle città in cui si “fugge” per lavoro, o per studio, sono città di passaggio, e alle tante regole in più da rispettare. Al clima, se la meta è l’Inghilterra o il nord-europa, non ci si adatta mai davvero. E parlare del clima non è uno dei tanti cliché da Italiani all’estero. Quello che ho scoperto vivendo in Inghilterra, è che il clima è un modo di vivere, e un modo di essere. Se piove continuamente si cammina a testa bassa, in fretta, senza guardarsi intorno. Se fa troppo freddo la sera si preferisce stara a casa, al caldo. Se il cielo è grigio, cambia il modo di vestire, cambiano i colori intorno, anche la pelle è diversa. E poi c’è la mancanza di chi ti conosce da sempre, di chi ti capisce con uno sguardo. C’è la barriera linguistica, che per quanto una lingua la si impari alla perfezione, si ha come l’impressione di non essere mai se stessi al 100%. C’è l’umorismo che è diverso da quartiere a quartiere, figuriamoci di Paese in Paese.

Il “Ma vai, non starci a pensare, sei giovane!” detto con leggerezza, non tiene conto del fatto che una volta andati, le possibilità che si torni sono davvero poche. Che da “giovani” si diventa adulti in fretta, ci si rifà una vita,  si cresce nel lavoro, si cambia profondamente, e presto per molti arriva il momento in cui si ha voglia di costruire una famiglia. E magari ci ritrova con un bel lavoro, marito/moglie e figli, da qualche parte nel mondo, senza nonni, zii, fratelli e cugini. Senza il pranzo della domenica. Senza la lotta tra parenti per chi ti tiene il bambino se tu hai impegni. Il che, mi direte, è molto meglio che in Italia,  precari, ma circondati dall’affetto dei parenti. Su questo non discuto. Dico solo che si deve parlare anche di questo. Perché quella che si sta facendo è una scelta di vita e a ventitré, ventiquattro  anni, appena usciti dall’università non se ne ha davvero la percezione.

E’ per questo che il dibattito pubblico sul tema dovrebbe essere un tantino più articolato. Andare via è un opzione, ma non è l’unica. L’altra opzione è impegnarsi, costruirsi un curriculum solido, fare il prima possibile un’ esperienza di studio e lavoro all’estero, e poi valutare attentamente le proprie priorità e perché no, sacrificarsi. Tornare al prezzo di uno stipendio più basso, e scarse possibilità di carriera, per provare a fare quella cosa che oramai quando la si dice fa rabbrividire tutti quegli italiani cinici che si definiscono realisti: Cambiare le cose. Nel nostro piccolo e proprio perché siamo qualificati e abbiamo alle spalle un’esperienza internazionale.  Sacrificarci un po’ perché l’Italia in fondo è la nostra casa, e nonostante la corruzione, le schifezze, la deriva politica e culturale, le vogliamo bene.

 

Seguitemi anche sull’Huffington Post: http://www.huffingtonpost.it/sara-dagati/cavezzali-e-daddio-italiani-allestero-cosa-fanno-realmente-e-io-che-ne-so_b_4658250.html

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50 Responses

  1. Simon Reverie

    Personalmente posso dire che hai preso i miei pensieri, le mie esperienze, e le parole che dico a tutti i miei amici che vedono l’estero come “albero della cuccagna”.
    Complimenti, è un bellissimo articolo.

  2. Giulia

    bello, bello e bello.
    vero, vero e vero.
    come al solito: lucidità e cuore in quello che scrivi.
    perché alla fine diciamocela tutta …. quest’etichetta di cervelli in fuga non ci va proprio.

    cuori in fuga
    ma in realtà non son mai partiti.

  3. Davide

    Credo che la parte affettiva sia l’unica vera giustificazione plausibile: non riuscirei a mettere in un angolo anni di relazioni sociali in un paese che così morbosamente vive i rapporti personali….però il resto è un discorso è abbastanza “facile”, molto “italiano”. “C’è chi sta bene, ma anche chi sta male”…”per pochi soldi in più…”, poi quando dice che ci si può trovare male perché, si, ci sono più servizi, ma devi rispettare anche molte più regole…. -.- ovvio che da qui poi il discorso del restare per cambiare le cose si perde.
    Cmq mamma e nonna cucinano da lacrime di gioia e loro sono qui! Io resto!

  4. giulia

    io penso solo che una vita senza le persone che ami non è vita. chi se ne va sopporta il sacrificio della separazione, della lontananza, ma fondamentalmente sta scegliendo di farlo. chi rimane subisce passivamente una decisione e si abitua alla presenza di quel vuoto. è una cosa così triste non riuscire a mettere radici..

  5. Chiara

    Splendido articolo, che quoto al 100%. La verità – quasi sempre – è che chi denigra tanto l’Italia è chi paradossalmente non è mai andato all’estero, chi non ha mai VISSUTO all’estero. Tutti ci rendiamo conto degli immensi difetti che ha questo paese, di quanto non offra. Ma quando parli di stati d’animo, ha ragione: l’Italia è uno stato d’animo, che credimi, di così intensi non c’è da nessun’altra parte. E che è il più bello del mondo. Il nostro cuore sarà per sempre ancorato qui..è un amore che abbiamo nel sangue. Ho vissuto in Sudamerica, soggiornato per qualche tempo negli Stati Uniti, girato l’Europa in lungo e largo..ma sono tornata! Non ce l’ho fatta. Ho scelto la precarietà, i sacrifici, la distanza con il mio ragazzo, tutto questo per rincorrere quel “sogno italiano” a cui credo ancora. Perché viviamo DAVVERO nel paese più bello del mondo..dobbiamo “sacrificarci un po’ perché l’Italia in fondo è la nostra casa, e nonostante la corruzione, le schifezze, la deriva politica e culturale, le vogliamo bene”.

  6. C’è una via di mezzo da considerare effettivamente.
    Non sono uno di quelli che per moda parla male del proprio paese, anche perché sarebbe davvero troppo facile.
    Ho un lavoro che adoro, per inciso non mi pagano così tanto per farlo, però va bene così: si tiene duro.

    L’italiano è lamentoso e facilone per default: andare via? Perché mai?
    Se non ti piace ciò che hai intorno perché non ti tiri su le maniche e provi a cambiarlo?
    Pochi si pongono sta domanda e ancora meno rispondono.

  7. Giulia

    Bellissimo articolo… lo sento molto vero e molto mio. Penso solo che in molti casi non ci sia neanche l’opzione di “accontentarsi”. io mi accontenterei di un lavoro simile al mio e magari sotto pagata. Ma non precaria, non con contratto a termine o a progetto. Non disoccupata… Per 1000-1200 euro al mese assicurati, con ferie e malattia pagate e un contratto a tempo indeterminato tornerei anche domani. Grazie Sara per questo bell’articolo. Mi hai fatto quasi commuovere!

  8. Claudio

    gran bell’articolo, complimenti. Lo condivido in gran parte, peró devo ammettere non del tutto. Alla fine si riduce ad una scelta tra il cervello (che ti dice di cercare le migliori opportunitá di successo indipendentemente da dove queste si presentino) e il cuore (che é e resterá sempre attaccato alla terra d’origine), provare ad ascoltarli entrambi é masochistico e si finisce per non stare bene da nessuna parte

  9. Matteo

    L’articolo di per se e’ ben scritto e molte idee le trovo condivisibilissime.
    Non si tiene altresi’ conto di alcuni fatti imprescindibili di fronte ai quali non possiamo tirarci indietro.
    Molti tra i paesi che oggi accolgono i cosiddetti expats(anche me sigh!) hanno in passato fatto scelte sociali e politiche di cui al solo sentirne parlare, da noi provocherebbero rabbia e indignazione su tutti i fronti,ma alle quali ci si assoggetta (divenendo queste quasi un vanto!) facendo una scelta di vita estera.
    Bisogna inoltre considerare la ”soggettivita intrinseca” del proprio destino e della proprie scelte e non rilegarle a mero capro espiatorio dell’intera collettivita’. Si sente molto parlare di Italia, ovunque ormai e ancor di piu da quella maggioranza ”farisea” che costruendo sepolcri imbiancati ne ha appannato l’immagine remando contro l’interesse stesso della comunita’. Non e’ ipocrita dire e sopratutto cercare di migliorare se stessi per migliorare il luogo in cui si vive, ma e’ altresi consociativista e meschino criticare vizi e difetti dei quali si e’ sempre abusato e al contempo puntare il dito e sentenziare.

  10. Questo tuo articolo lo recito da tempo, potrei averlo scritto io… e forse l’ho fatto, ma ho buttato via il foglio perchè chi non vuol ascoltare non ascolta e continuano a prenderti per pazza e a tagliarti le gambe ogni volta che provi a metterti in cammino per tornare verso casa. Io però non mollo e continuo a lavorare per poter, come dici tu, provare a cambiare le cose. Un’italiana all’estero, italiana nel cuore e originaria della Terra dei fuochi. Casa mmia deve cambiare, perchè io voglio mostrare tutta la sua bellezza ai miei figli!

  11. L.

    Cara Sara,
    io sono uno di quelli che dopo aver lavorato (e studiato) all’estero ha deciso di rientrare in Italia principalmente con l’idea di aiutare a cambiare questo nostro Paese. Insomma pensavo: basta lamentarsi se vogliamo che le cose cambino muoviamoci. E così alla prima occasione lavorativa sono rientrato in Italia (e mi devo dire fortunato).
    Bhe senza voler “scoraggiare nessuno” la mia esperienza mi dice che in Italia a parole tutti parlano del cambiamento, rinnovamento ecc, ma poi nei fatti vedono il connazionale che rientra come un “nemico pericoloso” e non come una risorsa…
    Per carità la mia è solo un’esperienza (me lo auguro per il bene del Paese…) e quindi non sarà troppo significativa, ma certo che se penso che mi sentivo più “valorizzato” quando lavoravo all’estero che qui in Italia beh qualche cosa di strano ci sarà.
    Un saluto a tutti

  12. bell’articolo, si sforza di presentare entrambi i lati della medaglia. io aggiungerei al discorso una visione più prospettiva: le reti amicali e familiari spesso sono una rete di salvataggio, sia economica che affettiva, per chi non riesce ad ottenere soddisfazioni lavorative. ma, per quanto magre tali soddisfazioni, per molti giungerà il momento in cui si avrà la necessità di mettere radici, di creare una famiglia. oppure no, non è questo il punto. anche da individui singoli e singolarmente felici si deve riflettere bene sull’opportunità di continuare a vivere in un paese dove, crisi economica a parte, non si vive bene. lo dico da meridionale, da napoletano, nel quale territorio si sta perpetrando uno scempio ambientale senza precedenti, dove si muore per tumore perché qualcuno, e non son pochi, profitta dell’illegalità per sversare rifiuti tossici. a questo punto, far nascere un bambino in questa terra non lo considero più un atto di coraggio, ma una decisione irresponsabile. ai giovani d’oggi (ma a quelli giovani davvero, non a quelli della nostra generazione perduta di trentenni che hanno per primi sperimentato sulla propria pelle le contraddizioni dell’emigrare) bisogna continuare a dire “partite”! Ma con una precisazione e un’avvertenza. La precisazione è che partire non vuol dire abbandonare tutto. Significa crescere, e tornare persone migliori. Le esperienze lontano da casa sono anche in grado di eliminare quegli aspetti deprecabili dell’italianità, stereotipi a parte, di cui noi a volte siamo portatori inconsapevoli. E l’avvertenza è quella che se proprio si vuole partire, e soprattutto rimanere, allora occorre studiare ed impegnarsi fin da qui affinché si vada fuori con un progetto di vita preciso, in cui le fasi di passaggio rappresentino una transizione e non soltanto esperienze destinate a rimanere inutilmente isolate. In questo modo, anche se il cuore rimarrà in italia la pancia dirà di rimanerne lontano. E a volte la pancia conta di più!

  13. Blasty

    Sono esattamente quei 4 ultimi righi che tu con leggerezza hai scritto il
    Motivo per cui ho lasciato il mio paese!!! Fiero di aver dato un futuro ed un’occasione migliore alla mia famiglia andandomene da quel paese!! L’Italia è bella ma per andare in vacanza!!! ITALIANO SI MA COGLIONE NO!!!

  14. Paolo Corna

    Ciao! Anche io vivo all’estero e concordo con quello che dici. Qualche settimana fa ho pubblicato un post su FB e credo sia in linea con ciò che hai espresso sopra. Lo riporto qui sotto.

    In questo periodo un sacco di persone mi ha scritto su FB, LinkedIn e Twitter. Dopo aver letto gli articoli pubblicati dal Il Fatto Quotidiano – Cervelli in fuga e da Bergamonews, si sono complimentati con me e hanno chiesto consiglio e aiuto per trasferirsi in Svezia.
    “come posso fare?” “ho X anni e sono laureato/a in ____: c’è possibilità per me in Svezia?” Queste e altre domande mi sono state poste in merito alla questione relativa al come lasciare l’Italia.
    Ragazzi miei…ve lo dico senza mezzi termini: partite senza farvi troppe seghe mentali. Sono arrivato qui con la valigia di cartone a momenti. “ma se vengo, se non vengo…se faccio…se non faccio…lavoro nel campo X dici che trovo?” cosa ne so io?!
    Volete lasciare l’Italia? fatelo, ma non crediate che una volta lasciata la madre patria vi stendano tappeti rossi offrendovi posizioni da sogno. Non è tutto oro quello che luccica.
    Fare l’immigrato dopo i 30 non è andare in interRail con zaino e tenda in spalla con i soldi di papà. Imparare la lingua è la minor cosa. C’è una cultura diversa, un modo di esprimersi diverso, un clima diverso, leggi diverse, contratti diversi, istituzioni diverse e chi più ne ha più ne metta. E…l’Italia manca sempre…
    RIPETO: volete andarvene? Fatelo da voi, fatelo da soli. Non pensateci troppo…e se rientrerete non sarà un fallimento ma sarà comunque un successo perché ci avrete provato. La vita va vissuta. Bisogna avere il coraggio di vivere, bisogna avere il coraggio di rischiare e la fortuna VA CERCATA.

  15. Giovanni

    Non ho veramente voluto nulla di tutto questo. Non sono qui per godermi i vantaggi dell’emigrazione. Non mi godrò mai nulla fino in fondo, starò semplicemente qui, in piedi, a sudare, a ricordarvi con la mia lontananza di avere dei rimpianti. Per tutto quello che di bellissimo mi avete tolto. Per tutto quello che avrei potuto fare, essere, avere a casa mia. E anche se qua andrà tutto per il meglio, non sarò mai a casa, e questa lingua non sarà mai mia come tutte queste nuvole. Ma non ve ne fregherà nulla. Mai. Forse un giorno. Quando le vostre città in macerie, puzzeranno di vecchio, e sentirete finalmente la mancanza di tutti quei ragazzi che avete mandato via a calci. Perché credo che sia tutta colpa vostra, di nessun altro. Nessun politico, nessun amministratore, nessun potente ha più colpa di voi. Di noi. Perchè mi sento responsabile di questa catastrofe tanto quanto lo siete voi. È ora di ammettere che abbiamo fallito. E che il nostro mondo è crollato. E io non sono che una scheggia andata a infrangersi da qualche altra parte.]

    http://www.youtube.com/watch?v=yafyP0hp94g

  16. Nocciorellina

    E’ vero gli affetti restano nei nostri cuori dovunque tu vada. Ma Ci sono anche le volte che si ritorni dall’estero perché si ha nostalgia di casa e si crede di poter trovare qualcosa nel proprio paese perché forti dal fatto di aver fatto esperienza all’estero, ma una volta ritornati si comprende che nessun “curriculum solido” come scrive l’articolo può cambiare la propria vita e la situazione del paese. Anzi, tutto il contrario. Il tempo passa e capisci di aver sbagliato e inizi ad avere nostalgia di quello che hai lasciato e maledici il giorno in cui hai preso quella scelta. Il tempo passa e ti ritrovi con le mani vuote, senza nessun lavoro, costretto a stare a casa con i tuoi mentre avresti voglia di avere una tua famiglia ma non puoi perché non c’è lavoro. E allora lì, rimpiangi quello che hai lasciato e capisci che se tu hai fatto un sacrificio nel ritornare, dall’altro lato non si è disposti a fare lo stesso.

  17. jessicacm

    Ciao Sara, è bello leggere le tue parole soprattutto perchè danno quel differente punto di vista di cui non tutti vogliono parlare. Io faccio parte di una famiglia di migranti, mio padre ha fatto l’università in Russia venendo da Capo Verde (che dire trasferirsi dall’Equatore al nord del mondo non è quel che si più definire cosa facile) mia madre invece per mandare avanti la famiglia ha lasciato mia sorella e mio padre per lavorare qui in Italia. Io faccio parte di quella porzione di mondo con due culture e una famiglia spezzata, non sai mai chi preferire ma soprattutto, avendo anche io pensato di trasferirmi fuori, non so dove andare perchè non vorrei creare un altro luogo da cui tornare nei ritagli di tempo. La prospettiva di rimanere qui allo stesso tempo non mi alletta quindi che fare? Roma è la mia città, come lo è per te, Corso Trieste, Il Giulio Cesare… sono tutte realtà che abbiamo vissuto quindi come separarsene senza sentire una stretta al cuore. So cosa si prova a lasciare i genitori e non rivederli per mesi, ora per rendermi le cose ancora più piacevoli si sono messi i nipotini e le loro storie di vita vissuta. Vorrei condividere la mia vita con loro ma non posso perchè io sono qua e loro là, allo stesso tempo non voglio allontanarmi dall’Italia. Sono arrivata alla conclusione che per realizzarmi come persona e per non mettere ulteriori chilometri di distanza tra me e i miei affett devo semplicemenete seguire le orme dei miei genitori, mi devo giocare tutto e tentare di essere quel cambiamento che vorrei vedere nella mia patria. I miei genitori hanno lasciato un paese perso ma grazie alle persone come loro ora, quello stesso paese che agli occhi di molti non sarebbe mai uscito dalla crisi, è risorto. Bene io voglio far parte del cambiamento, non voglio essere solo un inerme spettatore che segue gli eventi.
    Grazie Sara era bello parlare con te ai tempi della scuola ma ancora più bello leggere parole di speranza, cosa rara di questi tempi.

  18. Wassilis

    Ciao Sara, mi chiamo Wassilis e sono un ragazzo italo-greco di 25 anni che ora vive all’estero da quasi un anno per concludere il dottorato di ricerca. Anche se ho doppia cittadinanza, in Italia ho passato la stragrande maggioranza della mia vita e in Italia intendo ritornare per aprire una mia piccola attività nel settore della formazione universitaria ed alta tecnologia. Per il momento concluderò i miei studi qui a Bruxelles e aspettando che qualcosa si sblocchi in Italia (politicamente parlando), credo che mi troverò un impiego momentaneo qui a Bruxelles. Questo purtroppo non è il momento adatto per tornare in Italia ma la notte è più buia poco prima dell’alba e credo che il sole sorgerà presto.
    Volevo scriverti per farti sapere (come hanno fatto altri prima di me) che non sei sola.

    1. Sara D'Agati

      Grazie mille Wassilis, davvero. Molto interessante il tuo progetto. Ho un’amica che ha studiato con me ha Cambridge, che è da poco tornata in Italia per portare avanti un progetto affine (ha a che fare con formazione, creatività ed innovazione tecnologica). Fa parte del gruppo che gestisce il FabLab di Milano. Se hai facebook e ti interessa, posso metterti in contatto con lei! In bocca al lupo per tutto!

  19. Nicola

    Francamente non capisco: mi combatti i cliché usando il pranzo della domenica?
    Non esistino scelte giuste o sbagliate, l’importante é seguire la percezione più forte di felicità, dovunque essa sia!

    1. Sara D'Agati

      Sono assolutamente d’accordo, la felicità va cercata ovunque essa sia!
      Infatti mi sfugge sia la parte in cui dico che esistono scelte giuste e scelte sbagliate (lungi da me, e’ quanto di più lontano dal mio modo di essere e di vivere) che quella in cui dico di voler combattere i cliché (nell’articolo sui cliché, anzi, dico l’esatto contrario; forse dovresti leggerlo prima!). Quanto al pranzo della domenica, e’ una bella realtà italiana quella di ritrovarsi spesso tutti insieme a tavola, e mi manca. Che importanza ha se non suona sufficientemente cosmopolita?
      Così come ho amato ogni sfumatura di questi miei anni fuori, e se tornassi mi mancherebbero da morire, e allora magari scriverò un articolo su questo!
      Non esistono scelte giuste e’sbagliate, ciò che conta e quello che ci fa felici, e’ proprio quello che cerco di dire con il post. Che anche la scelta di tornare, eventualmente, non deve essere vissuta come un fallimento ma come un’opportunità per cercare, nel nostro piccolo, di cambiare le cose.

  20. Marco

    Mi pare che dai un po’ troppe cose per scontate nel tuo post. Come che l’Italia e gli italiani dovrebbero mancare a tutti. O che il meteo dell’Italia sia sempre invidiabile. Io vivo in nord Europa da quattro anni e non mi mancano le afose estati italiane passate in città a lottare con le zanzare. E aggiungerei che se vivi nel nord Italia il clima non è che sia poi tanto meglio.
    Per quanto riguarda la società italiana non mi manca per niente.
    Io quest’Italia fatta di amicizie, persone splendide, calore umano e gioia di vivere non la vedo proprio.
    Anzi alle volte mi innervosiscono gli italiani immigrati qui che cercano di riprodurre le logiche italiane all’estero e si sorprendono quando queste logiche sono accolte in malo modo dai locali. Parlo di quello che ha il ristorante e ti serve in un modo se ti conosce e in un altro se sei un cliente “normale”. Di quello che ha il bar e se sei italiano ti fa lo sconto e se non lo sei no. Quello che ti suona se ti fermi alle strisce pedonali e ti dà del coglione per esserti fermato. Quello che in quel locale non ci va perché la gente non è vestita alla moda e poi magari cerca di aprire un locale “di classe” modello italiano, con selezione all’ingresso solo per accorgersi che la gente non ci va perché se ne infischia di come vai vestito (al di fuori del lavoro) e vuole essere libera di andare in giro come gli pare. Fino a quello che organizza la partita di calcetto e se porti un tuo amico straniero ti riprende dicendoti che pero’ la prossima volta solo italiani perché non gli va di parlare inglese. E questo solo per citare alcuni atteggiamenti tipici dell’italianità.
    Nuove amicizie si possono costruire anche all’estero e amici che si avevano in Italia possono raggiungerti nella tua nuova casa. La lingua resta sempre un po’ una barriera ma alle persone ci si puo’ affezionare molto, anche se non si capisce sempre al 100% ogni concetto o magari si deve chiedere di ripetere una frase ogni tanto.
    L’Italia (il paese nel senso geografico) lo amo sia chiaro, tanto che ci passo buona parte delle mie ferie ogni anno. Ferie che posso godermi appieno grazie a quello che guadagno all’estero senza dover star li’ a contarmi i centesimi in tasca o a farmi le vacanze in tenda (che poi in tenda ci vado pure, ma se mi va non perché sono costretto). Ferie che posso prendermi perché sono un MIO DIRITTO qui e non le devo andare ad elemosinare al mio capo italiano che poi me le fa prendere quando vuole lui.
    Mi piacerebbe essere piu’ vicino alla mia famiglia per dare una mano quello si’. Non certo per avere mamme e nonne a farmi da babysitter, donne delle pulizie e cuoche. Che è invece il motivo dell’affezione familiare per tanti italiani. Ma se fossi in Italia sarei solo un peso per loro e una preoccupazione, almeno sanno che qui sto bene e ho quello che mi occorre per costruirmi una vita.

    1. Sara D'Agati

      Io non do per scontato nulla. E non ricordo di una parte dell’articolo in cui parlo di “quest’Italia fatta di amicizie, persone splendide, calore umano e gioia di vivere”. Semmai parlo di alcune cose di cui ho nostalgia (senza la pretesa che ne abbiamo anche gli altri) e di corruzione, nepotismo, e di una serie di cose che vorrei continuare a lottare per cambiare. Parlo di clima si, perché per me fa la differenza, e tra Roma e l’Inghilterra cambia eccome. Parlo di famiglia e del fatto che vorrei crescere i miei figli accanto a nonni zii e cugini (non perché facciano da baby sitter) ma perché io sono cresciuta così e, sarà un cliché, ma per me è fondamentale. Con ciò detto, nell’articolo non c’è questa visione trionfalistica dell’Italia che ci hai letto tu, tutt’altro, ne tantomeno un atteggiamento denigratorio nei confronti dell’estero dove vivo da anni, e sono felice. Ho alcuni tra i miei migliori amici qui, come li ho in Italia.
      Semplicemente mi limitavo a fotografare i miei pensieri in un momento della mia vita, in cui da giovane ricercatrice diventavo donna, e mi trovavo a riflettere su cose che quando sono partita anni fa non mi sfioravano minimamente. Tutto qui. Di articoli su quanto si sta bene all’estero, quanto tutto funziona, e quanto tutto vada male in Italia, ce ne sono a bizzeffe, il mio voleva semplicemente guardare la cosa da un altro punto di vista. Senza pretendere di dare espressione alle emozioni di tutti. Semplicemente fotografare un passaggio della mia vita, in cui mi sono trovata a fare delle scelte importanti, e in cui ho visto i miei amici fare delle scelte, e a fronte di gente che si lamenta (a ragione) e a cui è andata male, c’è anche chi è felice in Italia, e ha un lavoro che gli piace, io ne conosco tanta, come ne conosco tanta che porta avanti iniziative dinamiche ed interessanti. Era un tentativo di mostrare un’altra parte di Italia, non solo quella che se ne va (scelta rispettabilissima e che ho fatto anch’io) ma anche quella che resta ed è felice. In bocca al lupo per tutto!

  21. Marco

    Hai ragione Sara ho iniziato il mio commento in modo eccessivamente aggressivo. Ma vedi io vivo in Belgio e qui è pieno di italiani che nonostante abbiamo trovato un paese che li ha accolti e dato in molti casi un lavoro piu’ che dignitoso continuano continuamente a lagnarsi di come tutto in Italia sia meglio. Il cibo, il tempo, i vestiti…arrivano pure a lamentarsi dei servizi pubblici di qui dimenticandosi da dove vengono e con cosa si deve confrontare uno straniero che invece si trasferisce in Italia. Per me questi invece sono tutti cliché da italiano provinciale che si trasferisce all’estero se te ne lamenti in continuazione. Alcune cose come il tempo ti possono pesare è vero, ma non puoi esternare questo tuo fastidio in continuazione come fanno alcuni. Che non lo sapevano che in Nord Europa piove di piu’ che in Italia?
    Per quanto riguarda il sacrificarsi io in Italia ho lavorato prima di venirne via. Anche in imprese che dovrebbero essere il fiore all’occhiello del nostro settore industriale (di cui non faro’ il nome) e che invece non incentivano in nessun modo un giovane a restare. Tu parli di sacrificarsi per l’Italia, io invece me ne sono andato proprio perché alla fine mi sono chiesto “ma sacrificarmi per chi?”
    Per gente che rielegge gli stessi mafiosi per decine di anni? Per gente che passa le giornate a cercare come fregare il prossimo? Per un sistema in cui il merito non ha nessun valore ma solo conoscenze e raccomandazioni. Ma soprattutto per gente che queste cose le accetta e ci si adegua? Tu che vieni da Roma lo dovresti sapere che è cosi’ (e tanto per evitare fraintendimenti lo dico perché a Roma ci ho vissuto e non perchè sono del Nord e ce l’ho con “Roma ladrona”, visto che sono delle Marche).
    Per l’Italia si puo’ combattere anche da qui, forse anche meglio dato che qui siamo indipendenti a livello economico e non schiavi di un sistema che a volte ci mette persino uno contro l’altro per il proverbiale “pezzo di pane”.
    Poi sarà che tu conosci tanta gente felice in Italia, io felici felici ne conosco davvero pochi della mia generazione (30 anni o giu’ di li’). Forse nessuno se ci penso bene. Molti anzi, erano persone piene di entusiasmo a 20/25 anni che non hanno fatto altro che ingrigirsi nel tempo.

  22. Forse e’ il fatto di essere italiani che ci frega. Il fatto di credere che, bene o male, il mondo sia italiano-centrico e che partire sia in ogni caso una rinuncia.

    Scrivi bene il tuo post in quanto prendi dentro le sensazioni che TUTTI quelli che come noi sono partiti provano o hanno provato attirando, di conseguenza, molto interesse; ma racconti solo una parte della storia: quella legata ai sentimenti umani non alla situazione concreta dell’Italia.

    L’Italia tanto amata ha vissuto sulle nuvole, incancrenendosi invece che investire, senendosi mentre il resto del mondo correva, e quando la parola, da noi per lo piu sconosciuta, detta “competizione” ha bussato alle nostre porte ci siamo ritrovati in mutande, inconcreti ed inadeguati per gestire non solo una Nazione, ma un intero Sistema Industriale, nei confronti del mondo intero.

    Si certo, ci sono e le conosciamo bene le eccellenze, ne parlano anche troppo, ma c’e’ una Nazione intera che sta affogando, con la buona pace dei Del Vecchio, Rosso, Della Valle e dei “Lapi” di turno.

    E’ doveroso per una persona tra i 24 ed i 30 anni che ha dedicato parte della sua vita allo studio e vorrebbe vivere, e vivere BENE, di quello che sa, andare all’estero. significa voler bene a se stessi, significa cercare una propria identita’ ed una propria dignita’. SENZA PAURA.

    Quelli che dicono “se tornassi indietro partirei” vorrebbero davvero farlo, ed i “professionisti-internazionali” che citi forse, a caso, ci azzeccano a dire “ma cosa ci fai qui”.

    Smettiamola di fare i piagnoni, rimboccarsi le maniche e farsi valere perche’ una cosa e’ vera e facilmente dimostrabile: noi abbiamo una marcia in piu’. prova ad aggiungere un po di tenacia ed un obiettivo e vedrai che ti metterai il cuore in pace anche te.

    1. Sara D'Agati

      “Prova ad aggiungere un po di tenacia ed un obiettivo e vedrai che ti metterai il cuore in pace anche te”. Io invece trovo che questa frase, nella sua frettolosa arroganza, sia tanto Italiana, di quell’Italia che non mi piace e non mi manca. Racconto solo una parte di storia perché è quella che mi sentivo di raccontare nel post. Un post che parla di me, e fotografa i miei sentimenti in un momento particolare della mia vita, in cui da giovane ricercatrice sono diventata una donna e mi trovo a fare delle scelte di vita importanti. Non aspirava ad essere un’analisi politica del declino Italiano, come ne esistono a migliaia tra l’altro, non dici nulla di nuovo quando parli di un sistema paese che soccombe, corruzione e scarsa se non assente competitività. Io però avevo voglia di parlare di sentimenti umani, i miei, senza per questo essere classificata come una piagnona senza un obiettivo, che sono tutt’altro. La prossima volta, se mi andrà, scriverò un lungo post estremamente innovativo sul declino Italiano, di quelli che non ha mai scritto nessuno. In bocca al lupo a te.

  23. WassilWassilisis

    Ragazzi… colgo l’occasione per ricordarvi che l’Italia è in rovina e ben presto ci si dovrà da fare per ricostruirla…. e per ricostruirla intendo non quello di cambiare semplicemente residenza ma di entrare nelle istituzioni con la nostra esperienza sviluppata all’estero e cambiare le cose.

    Dopo il crack politico che arriverà (perchè arriverà) qualcosa cambierà e allora, sull’onda della ricostruzione, ci sarà veramente l’opportunità di fare la differenza.

    Magari mi darete del visionario ma se non la pensassi così avrei già condannato tutti.

  24. Ciao, mi chiamo Arianna e torno in Italia dopo un periodo di quattro anni all’estero (prima Spagna, poi Londra dove ho frequentato l’università’ per ottenere un Master in Marketing).
    Questo articolo non solo e’ scritto bene, ma racchiude in pieno i sentimenti di noi tutti, espatriati. C’e’ solo un altro piccolo punto da considerare. Prendiamo il mio caso: due lauree, tre lingue alla perfezione, VOGLIO tornare in Italia per provare a costruire una vita li, in quel posto che amo e che nonostante gli anni mi sta veramente a cuore. Beh, le uniche cose che riesco a trovare sono stage pagati 400 euro al mese o lavori di segretaria. E a quel punto mi viene da piangere, ma poiché non sono abituata ad accettare le sconfitte continuo a cercare e cercare. Davanti a questo sistema così poco basato sulla meritocrazia, un ragazzo con 5 anni di esperienze, lavori, lingue e master cosa deve fare se non andare via? Io voglio rimanere, vorrei stare per collaborare e magari anche portare una brezza d’aria giovane fresca ed europea ad un sistema stantio. Ma se nessuno da la possibilità, qual’e’ l’alternativa? Come mi mantengo? Facendo la cameriera? No, a questi patti non ci sto. E sto valutando l’opzione di ripartire..

  25. Paola

    Concordo pienamente con te, hai sviluppato un analisi che porto dentro con me ormai da qualche mese. Abbiamo fatto lo stesso percorso di studi ma viaggiato in altri luoghi. Io sono nata a Napoli ed ho vissuto fra Torino, Siviglia, Valencia, Cittá del Messico ed ora Madrid. Tra due settimane torno in Italia, cambieró carriera, inizieró a studiare Scienze Infermieristiche con l’idea di avere piú soddisfazioni “ solidali” e con, magari, una maggiore possibilitá di poter trovare lavoro in Italia. Non voglio che il mio paese resti in mano alle persone che lo stanno distruggendo e che, come perfetti strateghi, hanno mandato via i cervelli pensati lasciando chi piú facilmente e silenziosamente assiste quotidianamente a spettacoli d’incoerenza e delirio di potere. Se siamo davvero cosí cervelli non lasciamo che ci rubino cosí il nostro paese, riprendiamocelo con i nostri talenti e con le stesse energie che ci hanno fatto adattare a tutti i paesi che abbiamo visitato e le lingue che abbiamo imparato!

  26. giacomo

    Ho letto con attenzione ed interesse questo post, e trovo la tesi presentata estremamente miope e provinciale, per due ragioni fondamentali:
    1. Il fatto di assumere come assiomatica l’esistenza di una “cittadinanza italiana”, e ancora di piu’, l’attribuire un valore intrinseco a questa fantomatica entità è perlomeno bizzarro, se consideriamo lo spirito liberale e progressista con cui è scritto il resto dell’articolo. Oggi la “cittadinanza” italiana ( o francese, tedesca, cinese) non ha ragione di esistere sul mercato, o perlomeno non piu’ di quanta ne possa avere la fede religiosa come valore. In sostanza, se un’idea imprenditoriale funziona (anche marginalmente) meglio in California (o Sudafrica, o Giappone), e si insiste invece per farla funzionare in condizioni artificiose in, che ne so, Lucania, non ci si lamenti se poi il vantaggio competitivo va a farsi benedire…
    2. Siamo tutti bravi a lamentarci, criticare, e magari anche a fare proposte di cambiamento per cercare di migliorare lo stato delle cose; ma come si fa a non rendersi conto che l’unico modo per smantellare l’apparato politico-burocratico responsabile di tutte le nefandezze cosi’ ben raccontate in questo post e nei commenti è proprio lasciare questi apparati senza la linfa che li alimenta? In altre parole, quando (finalmente) il GDP Italiano si sarà ridotto a 1/3, 1/4 di quello attuale , e quindi le poche aziende sopravvissute si saranno trasformate in succursali di manovalanza a basso costo per aziende sane (ovviamente con sedi in Paesi piu’ efficienti), allora anche la “politica” di professione, e il caravanserraglio che ci sta dietro (stampa e tv nazionali in primis) piano piano si estinguerà. Solo allora, forse, si potrà pensare di ricominciare.

    1. Sara D'Agati

      Grazie per aver letto con attenzione ed interesse. A me basta questo. E’ prezioso tutto ciò che fa scaturire una riflessione, e questo serve a farti capire che “lamentarsi e criticare” non era il fine ultimo di questo post, se leggerai anche gli altri te ne renderai conto.

      A presto,
      Sara

  27. michele perni

    Cari tutti,
    parlo da dottorando fuggito a Cambridge dopo esser cresciuto ed aver studiato a Roma. Qui l’attitudine mentale alla ricerca è diversa. La ricerca viene collegata al progresso, al miglioramento della società stessa. È vista come il motore della società.
    Ma è anche pieno di Italiani, che sono arrivati qui’ perché, diciamocelo, siamo bravi. Il nostro livello culturale è alto. Studiamo Latino e Greco a scuola, leggiamo Dante, abbiamo inventato il sistema economico moderno, esportiamo stile (e cibo) in tutto il mondo. Non può non far sorridere il fatto che vengano date borse di studio per studiare il Medioevo Veneziano, a Cambridge. L’interesse per la nostra cultura, a livello mondiale, resta elevato. Ma se compariamo il nostro paese ad una qualunque altra nazione, ad esempio Europea, appare evidente come il paradosso principale Italiano sia la nostra classe politica, non buona o cattiva, semplicemente datata. Non è possibile avere gli stessi politici sulla scena per 30 anni. Nella biologia si studia come il motore della vita sia il “turnover”, il continuo ricambio di componenti, è l’unica cosa che mantiene il sistema sano. Quando ciò non funziona il sistema semplicemente, muore.
    Uno dei miei vecchi professori, con cui continuo ad essere in contatto, ha fatto la scelta di rientrare a Firenze per insegnare invece di rimanere ad Oxford, e la sua scelta fa riflettere. Fa riflettere perché rientrare in un sistema in crisi e continuare a fare lavoro di qualità è difficile. Ma è grazie alla formazione che mi ha dato se io ora sono riuscito ad arrivare a Cambridge. E la sua è una scelta che sarà possibile fare per tutti gli italiani che ora sono in giro per il mondo a studiare o lavorare. Tornare, ed aiutare i giovani che nel nostro paese hanno sogni, aspirazioni e qualità.

  28. Livio ROmano

    Complimenti per l’articolo. Spero solo che il tuo auspicio di rimanere e riuscire a cambiare questo paese tanto amato quanto di m*** diventi qualcosa di reale nel mio futuro. A me ciò che scoraggia veramente non è tanto la contingenza storica sfavorevole in cui viviamo ormai da cinque anni e chissà per quanto tempo ancora, ma piuttosto la bassezza culturale e l’inciviltà ormai straripata che vedo quotidianamente in giro. E’ come se l’imbarbarmento civile di questo paese sia diventato un dato ormai strutturale ed difficilmente modificabile dopo decenni di Videocracy, di criminali e raccomandati nelle istituzioni pubbliche. La nostra speranza per una vita felice a casa nostra, secondo me, è che qualcuno dal quell’agognato “estero“ decida vi venire qui e costringa chi oggi soffoca il paese a farsi parte.

  29. Hai scritto, magistralmente, tutto ciò che io penso da anni. Io sono una di quelle che ha deciso di rimanere e provarci, nonostante tutto. Ho un lavoro che amo, ma sono, ovviamente, precaria e sicuramente meno pagata di quanto lo sarei facendo la stessa cosa all’estero. Per ora mi basta ancora imparare, arricchirmi, mi dà forza il fatto di poter (sopra)vvivere facendo quello che mi piace e per cui ho studiato. Poi non s, ma quello che so di certo è che l’estero non è la panacea di tutti i mali, e che se si sceglie di partire, a meno che non si abbia già una strada spianata ed una carriera definita, si deve farlo consapevoli di tutto quello che ci aspetta. Che non è sempre tutto oro luccicante, come ci vogliono far credere. Nonostante tutto non riesco a smettere di credere in questo Paese, e soprattutto in coloro che decidono consapevolmente di restare (non in chi lo fa passivamente). Grazie per quello che hai scritto.

  30. Qua la scelta è tra 1) un lavoro precario e gli incubi la notte dal terrore di una spesa imprevista, ma con tanto calore umano intorno e una spalla amica su cui piangere quando si perde il lavoro o se ne trova uno sottopagato e umiliante. Oppure 2) il recupero della propria dignitá come persona e il potersi permettere uno stile di vita umano, ma al freddo e (qualche volta) nella solitudine. A ciascuno la valutazione di che cosa sia meglio.

  31. Una che vive all'estero

    Chi resta in Italia oggi si può suddividere -rozzamente – in due categorie: chi resta perchè non ha il coraggio di partire dato che perderebbe gli affetti e chi resta perchè ha trovato, come una delle commentatrici, un lavoro che gli piace, lo soddisfa e gli dà qualche possibilità economica. Io in Italia avevo un lavoro da assistente di direzione, mal pagato e soprattutto dove venivo trattata più che altro come uno straccio, perchè tanto ero “solo l’assistente”. Ora lavoro all’estero, al nord, in un’organizzazione internazionale, dove vengo pagata benissimo e trattata come una persona con dei talenti da valorizzare. Ho un figlio con una forma di autismo (scoperta qui) che viene assistito al 100% GRATIS per 9 ore al giorno e, grazie a questo, sta facendo progressi enormi. Tutto ciò sarebbe stato possibile in Italia? NO. Pranzi della domenica, cappucino e brioche? Un bel chissenefrega.

  32. theodora

    Bellissimo il post e interessanti i commenti che ha suscitato; non li ho letti tutti perche’ sono tanti e devo andare al lavoro, quindi chiedo scusa se ripetero’ qualcosa che e’ stato gia’ detto. Io ho fatto la scelta di andarmene dall’Italia un bel po’ di anni fa, dopo un dottorato, un postdottorato e cinque anni buttati a fare concorsi a ricercatore taroccati “perche’ non si sa mai”. Negli USA ho dovuto fare un secondo dottorato per farmi prendere sul serio, ma in otto anni sono passata da “underdog” (perche’ piu’ vecchia e quindi secondo loro piu’ stupida degli altri graduate students) a full professor; ho avuto delle soddisfazioni professionali che in Italia non avrei neanche sognato. Ma adesso voglio tornare a casa, e non e’ solo perche’ mi manca mio marito, che e’ rimasto in Italia. Il sistema americano e’ solo per giovani, perche’ non lascia respiro, basato come e’ sulla competizione e l’aumento continuo della produttivita’. A 50 anni suonati non solo non si hanno piu’ le energie per vivere costantemente sotto stress, ma si desidera una vita diversa. Forse presto mollero’ tutto. I giornali li leggo, ma non mi interessa se l’Italia e’ quello che e'; dopo anni di battaglie, ho capito che per me la qualita’ della vita conta piu’ di ogni altra cosa.

  33. emilia pozzi

    Consiglierei nel tuo blog di subito specificare che parli di Cambrige, UK e non Cambridge USA , dove vivo io da piu’ di 30 anni. Quando io sono partita , nel 1980 era una notiva’ assoluta trasferirsi all’estero e la comunita’ italiana a Boston non esisteva, se non formata da individui italiani di terza generazione. Il discorso di partire, tornare, rimanere e’ prettamente personale e richiede solo risposte a livello interiore. Non credo a chi ritorna per il bene del paese.Basta una appagante vita professionale o sentimentale all’estero per cancellare ogni biglietto di ritorno. Per me ,con un lavoro , marito e figli americani , la questione non si e’ mai posta.

  34. Raffaella

    Ho 48 anni, vivo in Francia da quasi 20, sono partita quindi in un periodo ben diverso da quello attuale, non facile neanche allora, se vogliamo, ma l’invito a oltrepassare la frontiera non era certo il (quasi) imperativo categorico di oggi per i giovani laureati.
    La mia é stata, e tuttora é, … curiosità: l’Italia la amo, ma la mia curiosità di vedere come si viveva altrove é stata tale che non mi sono posta tante domande, mi sono organizzata e sono partita. Poi sono venuti un lavoro, un marito, dei figli e insomma ci sono rimasta.
    Italia si, Italia no… mah, la mia é stata semplice curiosità, tutto qui, senza stare a strizzarmi il cervello….. é possibile, no?

  35. Rick

    Vivo all’ estero da 18 anni, uk. E devo dire che la maggior parte degli italiani che ho incontrato sono autolesionisti, campioni di autodenigrazione oltre che di esterofilia cronica. Ora ho conosciuto persone che provengono da paesi del cosidetto terzo mondo e questi mai si sognerebbero di criticare la propria nazione come facciano noi anche se a casa loro di dorme nei cimiteri per la poverta’ o ti spara addosso un soldato solo perche’ sei di religione diversa…eppure queste persone amano ancora la propria patria. Perche’ noi siamo cosi’ diversi?
    Aggiungo anche che in genere quando si emigra si vive in una bolla di sapone. Poi magari quando devi cominciare ad usare il sistema sanitario straniero (per esempio l’nhs) vorresti essere in Italia per avere la possibilita’ di scegliere un medico semi competente e di poterti portare a casa la pelle dopo un soggiorno in ospedale. O magari capisci che poi Napoli non e’ cosi’ pericolosa e sporca come si dice, perche’ alla fine il coltello alla gola per rubarti il telefonino te lo hanno messo alla gola alle 1330 del pomeriggio in pieno centro a Londra o Manchester e non ai quartieri spagnoli…..o magari vedi le riots in uk del 2011 con gli edifici in fiamme e pensi che sia Baghdad mentre invece e’ la tanto civile Londra..pero’ pur di dare addosso all’ Italia si chiude un occhio su queste cose che succedono all’ estero…

  36. Bellissimo post, condivido in pieno i sentimenti che esprimi e tutto quello che c’è dietro. Non ne posso più di catastrofismi e inviti alla fuga, io voglio provare a restare, e costruire qualcosa di bello anche qui, a casa mia. Ci ho provato all’estero e per tanto tempo ho creduto che ci sarei rimasta, ma poi tornando ho scoperto quanto potevo stare bene qui. Anche qui. Soprattutto qui.
    In bocca al lupo per tutto!

  37. Chimera

    Non condivido, nel senso che personalmente io non amo l’Italia ne’ mi sono mai sentita italiana. E vengo da Milano, una delle citta’ (si dice) piu’ sviluppate e piu’ simili (sempre, si dice) a quelle dell’Europa del nord…

    Me ne sono andata perche’ la mentalita’ non mi piaceva, l’immobilismo ed il continuo “e’ cosi’, che ci vuoi fare… Per i giovani e’ sempre dura!” mi aveva stancato. E l’Italia non mi manca per niente: il cibo si trova buono anche qui, la famiglia la si sente via telefono o Skype…

    La mia laurea in Italia mi garantiva un falso stipendio con una falsa partita IVA; spese su spese e di andare a vivere da soli manco a parlarne. Qui guadagno in proporzione un po’ di piu’ e faccio tutt’altro, sono assunta REGOLARMENTE e ho prospettive di carriera che vengono riconosciute con i dovuti sbattimenti.
    Io di tornare non ho proprio voglia e non invidio chi tra voi ha il coraggio di restare, anche perche’ io non lo chiamerei coraggio.

  38. Davide

    Praticamente i miei pensieri ora che mi sto approcciando ad una possibile partenza in UK per un dottorato. E ti vengon mille dubbi, se sia la scelta giusta, se non ne vale la pena di provarci qui e soprattutto cercare di capire cosa fa davvero per stessi. E allora bisognerebbe chiederselo. Io non ho ancora una risposta. O forse è solo paura.

  39. Carmen

    Ho trovato il tuo articolo in un momento di disperazione, non sapevo come spiegare ad amici e parenti il mio stato d’animo.
    Poi ho trovato questa pagina e mi ci sono letta dentro.
    Ho vent’anni,vengo dalla Calabria e da bambina ho sempre avuto il sogno di andare a vivere nel Regno Unito e seguendo questo obiettivo ho sempre avuto voti eccellenti in inglese, frequentato scuole di inglese, corsi pomeridiani e tutto cio’ che si ritiene importante per avere una buona base linguistica.
    Finito il liceo, preparo le valigie, pochi vestiti, molto cibo e molti libri dentro, e tra un pianto e un abbraccio saluto l’Italia e mi trasferisco in Inghilterra a Settembre, con l’idea di restarci fino a Giugno lavorando come ragazza alla pari.
    Arrivo e nonostante le prime difficolta’ con la prima famiglia, mi rimbocco le maniche e cambio. Arrivo in un paesino di campagna, mucche e cavalli ovunque, paesaggi gotici, caffetterie piene di libri ovunque e tutto cio’ che ho sempre sognato. Va tutto alla grande, la famiglia e’ gentile, i paesaggi bellissimi, e tutto continua come previsto, o quasi.

    Quasi perche’ quando ti svegli al mattino, dopo la sorpresa iniziale, sentire l’odore di fagioli bolliti ti fa venire la nausea. Quasi perche’ quando vedi una bambina di otto anni vestita in tuta per andare a un battesimo, ti stupisci, poi se la ritengono anche elegante allora ti incazzi. Quasi perche’ a pranzo non voglio un toast, ma un bel piatto di pasta, o male che vada del buon pane con tanto di mozzarella(inesistente nel Regno Unito) e prosciutto cotto. Quasi perche’ i ragazzini in divisa scolastici sono bellissimi ed eleganti, ma se quando ti togli la divisa esci in infradito, pigiama e cappotto con 2 gradi esterni, allora sei scemo.
    Quasi perche’ l’inglese e’ bello, ma per quanto tu possa essere fluente a parlarlo, non riuscira’ mai a sostituire a pieno la tua lingua o ancor meglio il tuo dialetto.
    Quasi perche’ qui la domenica ha il sapore di una birra al pub di turno, e non il sapore della lasagna di tua madre o la tranquillita’ del tuo paese.

    Ma ho tralasciato questi pensieri, perche’ in fondo c’e’ un motivo se il Regno Unito e’ il Regno Unito e l’Italia e’ l’Italia (fortunatamente). Non ho fatto caso a questi piccoli segnali, e ho continuato il mio viaggio, sono tornata a casa per Natale e tutto aveva un altro sapore. Ho visto tutto con occhi diversi, con occhi che hanno visto un’altra cultura e iniziano a dubitare se le sia piaciuta o meno.
    Perche’ nonostante gli autobus perennemente in ritardo, un’economia che va ad intermittenza, l’uomo incontrato al bar che si lamenta di Berlusconi, le litigate col vicinato, la poca cura per l’ambiente, e tutto cio’ che viene criticato, credo che sia il momento in cui paragoni il tuo Paese a un altro che capisci davvero cosa si intenda per Bel Paese.

    Finiscono le vacanze natalizie e a malincuore lascio tutto di nuovo e ritorno in quel posto dove il caffe e’ confuso con acqua sporca. Mi riabituo ai tredici cani che ogni mattino, puntualmente alle nove, appena i padroni escono di casa incominciano a fare festa. Mi riabituo ai toast giornalieri, alla rigidita’ inglese, al freddo onnipresente fin quando mi alzo una mattina, stanca di tutto e con una scusa faccio un biglietto per tornare a casa, anticipandolo di tre mesi.

    E’ il ritorno piu’ dolce di sempre, e’ tutto cosi’ fantastico, persino l’idea di frequentare l’universita’ in Scozia il prossimo anno, illudendomi che le cose possano essere diverse. Allora faccio quello che devo fare per essere ammessa all’universita’, mi godo la mia estate e a Settembre riparto di nuovo. E di nuovo, la solita tiritela, l’entusiasmo della tipica universita’ britannica, la sensazione di essere Rory Gilmore a Yale, e tutto cio’ che di bello ci puo’ essere in un cambiamento.

    Ma allora mi chiedo,perche’ dopo tre settimane di universita’ qui, non faccio altro che controllare i prezzi dei voli per scendere il prima possibile?

    Forse perche’ ho preso troppo alla leggera il consiglio “Ma vai, non starci a pensare, sei giovane!” e davvero non ci sono stata a pensare, che magari averci pensato bene prima adesso sarei al mio secondo anno di universita’, magari a Firenze, Roma, Milano invece di stare qui in un paese in cui non mi riconosco a scrivere un poema sul perche’ io sia partita, sul perche’ voglia tornare.

    Ho iniziato questo commento avendo ancora le idee confuse, ma credo che adesso la mia decisione sia abbastanza chiara, perche’ nonotante i miei amici mi dicano che stia mollando il sogno di una vita, io credo che forse, ho sbagliato sogno.
    Mi sono accorta che l’Italia e’ davvero uno stato d’animo, il piu’ bello del mondo, percio’ perche’ accontentarsi di viverlo a spezzoni tra un Natale e l’altro,quando lo puoi vivere tutto l’anno?

    Ero il tipo di persona che e’ partita ”cercando un posto da chiamare casa”, quando in verita’ una casa gia’ ce l’ho e si chiama Italia.

  40. Valentina

    Bellissimo articolo, condivido pienamente; sono anche io una delle tante che sopporta la lontananza dagli affetti ; con un bimbo neonato poi è ancora più dura, tornerei immediatamente in italia se solo mio marito fosse daccordo. Purtroppo non lo è! Un saluto dalla fredda ,caotica e puzzolente Berlino!

  41. Anna

    sono 7 anni che sono via, sono tornata in Italia per un periodo, ma mi hanno portato alla depressione. Persone che mi hanno esautiro con sti discorsi che non dovevo tornare, io sempre vitale e piena di gioia mi sono ridotta ad una larva, potevo trovare un lavoro, sarei anche andata a far cose a meno soldi, ma non avevo contato che potevo cadere in “depressione” (penso fosse piu’ una forma leggera di esaurimento, forse troppo stress). Ho rifatto le valige, son tornata all’estero per respirare, ho pianto mesi perche’ voglio tornare, manca non solo il cibo, manca la vita che avevo e tutto il mio mondo.
    So che tornero’, ma devo usare la testa, ma ragazzi io vi assicuro che non avevo mai provato questo, quando si mettono in tanti a dirti di andartene e tu porti tutte queste argomentazioni come da articolo in tua difesa, ti metti a discutere, beh veramente non ci sono santi e madonne.
    Forse perche’ vedono tu che hai la possibilita’, sai la lingua, ti adatti, ma ci puo’ stare, e’ che si tende ad essere arroganti e a dire quello che una persona deve fare, all’estero, parlo paesi anglossasoni, si tende ad essere meno invasivi e a non dare giudizi, poi figurarsi su scelte di vita!
    Insomma, ora ne sto uscendo, per fortuna la mia famiglia e’ con me e mi aspetta a braccia aperte, ma da quel che ho passato e ripeto, non avrei mai creduto, vi consiglio che se tornate evitate molto chi fa questi discorsi e se iniziano non mettetevi nemmeno a discutere, so che non e’ giusto ma ne va del vs fegato.
    Detto questo, W L’Italia 😀

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