27
feb
2013
3

Cari intellettuali di sinistra…

E come in quei quadri di Seurat, dove quando ti allontani, come per magia, da quella massa di puntini confusi ecco apparire una figura. Così dal mio ‘esilio inglese’, in questi ultimi mesi, ho visto riapparire la “dimensione politica” in Italia. Intesa non come una serie di tediosi figuri che migrano dallo studio di Vespa e quello di Santoro. Ma come partecipazione dal basso di cittadini informati -e non-, alla ricerca di canali d’espressione. Animati dal bisogno di agire e muoversi, in qualsiasi direzione, giusta o sbagliata che sia; ammesso che sia possibile dare un giudizio qualitativo a fenomeni di cui non si conosce ancora la portata.

Dopo anni di silenzio, interrotto solo da sparuti girotondi e scandali da quattro soldi, in cui sembrava la dialettica politica si fosse ridotta all’essere pro o anti Berlusconi. In cui pareva ci avessero anestetizzato, escapisti neppure vivessimo a Tel Aviv sotto il peso di una guerra permanente. Dopo anni di latitanza, ecco riapparire il popolo italiano. In piazza, a scuola, su piattaforme fisiche e mediatiche si discute, ci si infervora, si parla. In questi mesi di campagna elettorale e, prima ancora, durante le primarie del PD ho visto blog e pagine facebook fino a quel momento autoreferenziali  colorarsi di opinioni accese, giudizi lapidari, inutili attacchi e tentativi fallimentari di persuasione dell’ultima ora; ma anche di scambi costruttivi e voglia di capirsi ed incontrarsi a metà strada.

Nel tentativo di scegliere una direzione osservavo, e ho visto il potenziale rivoluzionario della crisi rimescolare le carte in tavola in Italia. E per un attimo, la rabbia e l’impotenza degli ultimi anni hanno lasciato spazio alla speranza che forse l’Italia non è soltanto ciò che abbiamo visto finora. Che noi non siamo solo lo specchio del trasformismo democristiano e del berlusconismo e viceversa, come ci eravamo rassegnati a credere. Il più grande errore è stato convincerci che fosse così. Che in fondo abbiamo ciò che meritiamo. Come se noi Italiani “per natura” non saremo mai una democrazia con tutti i crismi. Popolo di furbetti e approfittatori, evasori, buffoni, privi di qualsivoglia senso dello stato e in balia del clientelismo e del crimine organizzato. Come se la “razza” italiana, per default, sia condannata alla corruzione e al malgoverno.

Figli di un’unità tardiva e imposta dall’alto che non ha saputo coinvolgere il popolo. Vittime di una cultura regionalista e frammentata cui solo il fascismo è riuscito, per un breve periodo, a imporre con la forza simboli e rituali condivisi al caro prezzo della libertà. Intrappolati in vent’anni di dittatura e quaranta di egemonia democristiana, e schiavi della dialettica ideologica tra antifascismo e anticomunismo della quale  ancora non riusciamo a liberarci. L’immaturità politica Italiana ha cause storiche, ma non si tratta di una situazione immutabile. Lo sviluppo di una coscienza civile e politica richiede tempo, lavoro, accesso a fonti di informazione diversificate e gli strumenti critici e culturali per analizzarli, ma richiede anche, e soprattutto, “compassione” per chi questi mezzi non ce li ha. E per compassione non intendo pena, bensì, nell’accezione greca,  la capacità di “provare emozioni con” qualcuno.

La cosa che più mi ha colpito, in questi anni, è vedere come a schierarsi contro Grillo e il M5S sia soprattutto la solita, cara, vecchia sinistra ‘illluminata’. “Costernata” e indignata, di fronte alla pretesa di fare politica del popolino “ignorante”, che non sa parlar bene, non ha una laurea –e neppure se la inventa come Giannino- galvanizzato delle grida di un “comico populista”. Difficile esprimere un’opinione netta sul movimento, si tratta di un fenomeno nuovo, in divenire, una scatola vuota per molti versi ancora da riempire. Vedremo come reagirà alla prova dell’istituzionalizzazione. Vedremo se sarà in grado di distinguere il compromesso, necessario non solo in politica ma in qualsiasi contesto umano-sociale funzionante, da corruzione ed “incuicio”. Vedremo se saprà definire le priorità e accettare limiti e vantaggi di un contesto internazionale-europeo che pure esiste, e non si può negare. Vediamo, soprattutto, se sarà in grado di aprirsi al dialogo e raccogliere la necessaria expertise per ricomporla in proposte concrete e, per quanto possibile, unitarie.

Ripeto. Si tratta di un fenomeno nuovo, nonostante i numerosi tentativi di accostarlo a fascismo, populismo e quant’altro. Rivoluzionario, poiché non se ne conosce il potenziale, e per questo fa paura. Pieno di lacune da colmare, su questo non c’è dubbio. Una pericolosa analogia con il passato però la vedo, e non si tratta dell’accostamento che in molti fanno tra Grillo e il fascismo. Piuttosto della paura atavica che l’élite intellettuale italiana, in massima parte incarnata nella sinistra, ha del popolo. La sua incapacità di parlare alla gente, cui si rivolge con aria di sufficienza che al fondo nasconde malcelato timore. Quello stesso timore che durante il Risorgimento impedì all’élite liberale di trascinare con sé il popolo Italiano nell’impresa unitaria. Quel distacco tra la classe politica e la gente che, per dirla con D’Azeglio, fatta l’Italia non ha poi permesso di fare gli italiani.

E in quel distacco, nei secoli si sono inseriti prima il fascismo, poi il partito comunista, poi la DC, e infine Berlusconi, che di quel distacco ha fatto la sua carta vincente. Abile nel sopire le coscienze somministrandoci, grazie ai suoi potenti mezzi, dosi progressive di un “certo tipo di cultura popolare”; mentre la sinistra intellettuale, colma di disprezzo si ritirava nella sua torre d’avorio. Incapace di produrre nuovi leader né di comprendere le istanze dei cittadini e crearne di nuove. Incapace, soprattutto, di parlare alla gente. La stessa incapacità che è emersa in modo spiazzante durante queste elezioni. E oggi si continua a fare lo stesso errore, accusando Grillo di aver interrotto, con la sua stessa esistenza, quella dinamica del ‘voto utile’ cui restiamo aggrappati come marionette da anni. Senza guardare al dato di fatto che se il movimento di Grillo ha vinto, arrivando a essere il primo partito in Italia, si tratta di qualcosa di più della presa delle urla di un comico populista su un’audience “arrabbiata, influenzabile e ignorante.” Senza contare che ad appoggiare Grillo è una compagine di cittadini quanto mai eterogenea.

Populismo o meno, alla fine i timori dell’élite si sono concretizzati: la massa ha fatto irruzione nella politica in Italia. Postare video dei candidati di MS5 ghignando di fronte alle loro scarse capacità dialettiche, o ai curriculum in molti casi “scarni” non servirà a cambiare le cose. Il ruolo della politica in una società democratica è di comprendere le istanze della popolazione  e, per quanto possibile, guidarle verso percorsi virtuosi, non di impedire che ne sorgano di nuove. Non tutte le rivendicazioni del movimento sono giuste, così come non lo sono tutte le proposte di Grillo. Si tratta di qualcosa che è già successo però, non si può tornare indietro, ed è successo a causa dell’irresponsabilità di una classe politica che ha mollato il timone dell’Italia troppo tempo fa. Restare a guardare “dall’alto” e criticare è un errore che abbiamo già fatto e non possiamo permetterci di nuovo. Collaborare con il dovuto e necessario spirito critico, nel tentativo di smussare alcuni contorni e offrire nuove soluzioni in materia di politica interna ed estera, è un’alternativa che vale la pena di considerare.

 

Seguimi anche sull’Huffington post: http://www.huffingtonpost.it/sara-dagati/

You may also like

Of Women, Brexit and Broken Marriages.
Io le amo le donne
La mia lettera aperta alla Ministra Beatrice Lorenzin
Piccole regole infrangibili.

4 Responses

  1. Sandra

    La mia impressione è che il movimento di Grillo abbia dato la possibilità a tutti quelli che erano stufi marci della politica di farsi vedere, di trovarsi e di pesare alle elezioni, cosa che in questo momento ha senz’altro dato un solenne calcio in culo (si può dire?) alla solita vecchia politica, che non è nemmeno tanto vecchia ma è già riuscita a perdere completamente di vista il paese. Come se negli ultimi anni fosse tanto difficile cogliere l’umore della gente.
    Il risultato è che adesso c’è un movimento che ha preso il 25% alle elezioni e che, in effetti, è populista, non vedo perché non chiamare le cose col proprio nome.
    Forse solo un movimento di quel tipo poteva arrivare a intercettare la rabbia che non ha trovato spazio altrove. A me pare che, da una ventina d’anni, le uniche forze politiche che riescono a mobilitare il voto siano quelle che vedono da che parte tira il vento, individuano i problemi del momento e li cavalcano, talvolta senza avere le soluzioni.
    La sinistra, dal canto suo, non so che stia facendo, e lo dico avendola votata. Concordo in sostanza col tuo giudizio. Forse è colpa della vecchia idea che il voto sia un’identità, e che per la sinistra votino solo quelli di sinistra e a destra (ma quale) solo quelli di destra, che magari son pure fascisti. Lo stupido noi contro di loro.
    Invece anche i sassi sanno che le elezioni si vincono col voto di coloro per i quali la politica non è questione di identità, ossia la maggior parte, la gente, la massa. Potrebbe trattarsi anche di scarsissima consuetudine con la vera competizione elettorale, quella dove non si tratta di far trionfare il Bene ma di convincere gli elettori.
    Io sono onestamente curiosa di vedere che faranno i grillini, ora che nella politica ci sono entrati, e se saranno capaci di concretizzare la spinta che li ha portati in Parlamento. Conservo però la mia istintiva antipatia per il tandem Grillo-Casaleggio, che apparentemente vorrebbero decidere tutto loro con tanti saluti alle masse.
    Più di tutto sono felice di vedere dibattiti e discussioni al posto del solito micidiale torpore o del solito pollaio da talk show. Ben vengano le contrapposizioni e le liti, finalmente sulle idee e, soprattutto, sul da farsi.

  2. La partecipazione è stata ampia e variegata e il movimento cinque stelle ahimè ha contribuito a implementarla. Ciò su cui bisogna riflettere è anche il preoccupante avvicinamento dei giovani a questo modus operandi. Non a casa la fascia di età che più ha sostenuto Grillo è quella fra i 18 e i 25. Sappiamo bene che i giovani sono più predisposti a questo tipo di partecipazione, sotto molti aspetti più urlata, non è una novità. Ciò che spaventa è che non riescano ad ottenere lo stesso risultato gli attori più consoni a farlo, ossia i partiti politici senza i quali temo profondamente un declino delle istituzioni democratiche. Sono a mio giudizio due facce problematiche della medesima medaglia, per questo condivido la posizione di sara sull’attesa rispetto alle scelte dei parlamentari e senatori del movimento. La paura è tanta perché è una evoluzione negativa della storia politica di questo paese.

  3. Giulia

    Bell’articolo. d’accordo sull’analisi di fondo. Sul fatto che il risveglio degli italiani sia qualcosa di estremamente positivo e carico di speranza. E anche la loro indignazione, se è quello che vogliamo leggere nel voto a Grillo. Su una sinistra intrappolata nella sua torre d’avorio, lontana dai cittadini. Un pò meno entusiasta e positiva di te – ma questo non è nuovo – son un pò scettica sulle ripercussioni pratiche, e sulla conclusione sottintesa che i social media siano lo specchio dell’Italia, nonchè un mezzo di comunicazione e informazione non manipolabile.

Leave a Reply