21
nov
2014
8

Londra-Roma, e l’ora che non c’è.

Mi sento sempre strana negli aeroporti, diversa. Mi viene voglia di mentire, cambiare nome, cambiare volto. Mi sta stretto quel passaporto con il biglietto dentro, che dice a tutti che sono io, che vado da qui a lì, il giorno tot, a quell’ora.

Vorrei essere come l’aeroporto io, anonima, multiforme. Con quella sensazione di spazio e tempo sospesi, di sguardi sfuggenti, annunci stonati, backpackers, businessmen, gruppi vacanza, donne bellissime con il cappello, conversazioni interrotte, adrenalina a mille e corse a perdifiato.

Ed eccomi qui, seduta sull’aereo che mi riporta in Italia da un’ Inghilterra che mi ha fatto da casa per 4 anni. Un giaccone e tre maglioni addosso, due legati in vita, quattro strati di trucco Dior e Chanel del duty free appiccicati in faccia (che quando mi ricapita). Stremata dalla corsa, e nauseata dall’odore dei profumi senza senso che mi sono spruzzata ovunque, a mandare gli ultimi whatssup pre-modalità aereo.

In molti mi chiedono: “Come ti senti?”, “Ci hai pensato bene?”, “Sei pronta?”.

E la verità è che no, non ci ho pensato bene. Tutte le decisioni importanti della mia vita le ho prese in meno di tre secondi. E non so se sono pronta. A dire il vero non ho mai capito cosa significhi, esattamente, essere pronti.

Non credo di essere mai stata pronta per nulla nella mia vita. Perché l’essere pronti implica un prepararsi prima, mentre il più delle volte ho la sensazione che le cose mi succedano e basta. E poi mi ci ritrovo dentro, inspiegabilmente a mio agio, come se l’avessi deciso io.

E così, più che sul mio ritorno, mi sono ritrovata a riflettere sulle scelte.

Come fanno le scelte gli altri? Si preparano prima? Si prefigurano una serie di scenari possibili, valutano i pro e i contro nella testa, magari fanno anche una lista; e poi scelgono. E a quel punto sono pronti, perché ci hanno pensato bene, e più o meno si aspettano quello che verrà. E probabilmente mentre ci pensano, all’idea di fare questo o quello, si sentono in un modo piuttosto che in un altro. E quindi sanno come si sentono, lo sanno; sono pronti.

Io raramente so come mi sento. Nelle fasi di transizione, brevi, mentre scelgo una cosa invece di un’altra, è come se non fossi io a farlo. E’ come se qualcuno facesse la scelta al mio posto, e poi nel lasso di tempo che passa dalla scelta alla sua realizzazione, io dimentichi che è stata fatta.

E così, dal giorno in cui ho fatto il biglietto Londra-Roma solo andata al giorno della partenza, tutto era di nuovo normalità: la vita, le deadlines, dormire, svegliarsi, scrivere, i coinquilini, city mapper, Angel metro, correre al passo con Londra, i Paper n. 2, Cambridge, Hacnkey wick, Primark mai nel week-end, gli eggs benedict, e la Tate rigorosamente in hang-over.

E quel giorno arriva, ed io è come se mi stupissi. Anzi, mi stupisco, non è come se. Mi stupisco e dico “cavolo, è arrivato”. Però non è ben chiaro cosa, esattamente, sia arrivato. E’ chiaro che bisogna stampare il check-in, andare all’aeroporto e prendere l’aereo.

E così entro in una fase di automatismo anestetizzato in cui le cose mi sembrano nient’altro che cose, oggetti fluttuanti in uno spazio senza tempo: il taxi, l’aeroporto, l’aereo.

Non sono più cose che mi portano in posti che mi portano nel luogo dove io ho scelto di andare: il taxi all’aeroporto, l’aereo in Italia: l’Italia, dove comincia una nuova vita.

Mi muovo immersa soltanto in preoccupazioni tangibili: il passaporto, la valigia, il check-in, l’acqua, le gomme. E poi di colpo mi risveglio da questo stato di pragmatismo onirico, e sono a casa.

E la prima cosa a cui penso appena arrivo, è a quell’ora di vita che si perde nel vuoto nel volo Londra-Roma. Parti alle 4, arrivi alle 8, eppure resti in volo solo 3 ore. Un’ora è svanita così, inghiottita nel nulla.

Un’ora di vita persa per sempre, senza averla mai vissuta.

E a quel punto è casa. E’ già successo. Non c’è da essere pronti, sei lì. E’ normalità che prende forma, le mani, le strade, gli odori, i sapori; tu.

Ed è di nuovo vita, in un altro posto.

E io non ho mai saputo se ero pronta o no, non ho mai saputo come mi sentivo. La mia fase di transizione, quella in cui dovevo prepararmi, è sparita nel nulla, inghiottita. Come quell’ora Londra Roma che non ho mai vissuto.

 

 

 

 

 

 

P.s. Le persone incontrate nel cammino però, quelle restano, cuore e anima diffusa, puntini della mappa che mi ha portato fino a qui. E nel post della partenza, non può mancare un grazie a tutti voi: Tom, Elia, Nick, Sergio, Livia, Pietro S., Virgi, Ludovico, Luca, Erica, Edoardo A., Davide, Orsi, Joned, i Guidi, Cansu, Camilo, Tijana, Robin, Simon, Meri, Bob, Cecy, Giulia, Pietro, Nic, Mattia, Edo, Oriella, Morgane. E se ho dimenticato qualcuno, sorry.

 

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